E’ innegabile che la manovra finanziaria 2016 rappresenta una discontinuità rispetto ai quattro anni precedenti per il suo carattere espansivo. Una caratteristica che deriva in realtà dalla dimensione di tale manovra più che dagli aspetti qualitativi che la contraddistinguono.

Si tratta infatti di una Legge di stabilità di complessivi 27 miliardi (ma potrebbe arrivare a 30 se verrà compresa la spesa per le politiche di accoglienza dei migranti –  3.2 miliardi per ridurre l’IRES già dal 2016) di cui 13 incideranno sull’aumento del deficit, che passerà dall’1.4% al 2.2% del Pil.

L’impostazione di fondo è tanto esplicita quanto per certi versi contraddittoria.

Da un lato si ha una visione sostanzialmente positiva della crescita mondiale al punto da mettere in gioco tutti i limiti disponibili riguardanti la flessibilità concessa dall’Europa sui conti pubblici. Se tale presupposto dovesse venire a mancare questa “manovra” rischia di divenire insostenibile e porre seri vincoli alle politiche economiche del prossimo futuro. Gli ultimi dati, ancorché provvisori, riguardanti il Pil del terzo trimestre 2015(+02% rispetto al +0. 3% previsto a causa del dato negativo dell’export) dimostrano chiaramente gli effetti di un eventuale rallentamento dell’economia mondiale sulla crescita italiana.

Dall’altro, i contenuti della Legge di stabilità riguardano soprattutto la domanda interna. E’ nel ritorno alla fiducia del consumatore italiano che il governo punta infatti per consolidare la timida ripresa in atto, al punto da varare provvedimenti assai discutibili come l’ampliamento dell’utilizzo del contante nelle transazioni economiche e il taglio pressoché indiscriminato di TASI e IMU.

Il primo intervento è in innegabilmente un “consenso implicito” alla micro evasione.

Il secondo, senza entrare nel merito della sua più che dubbia equità distributiva, potrebbe in realtà avere effetti limitati sui consumi in quanto non contribuisce ad accrescere il reddito disponibile da cui dipendono i medesimi. Come ben sottolineato in una intervista dall’economista Lucrezia Reichlin “Non c’è nessuna evidenza che leghi l’introduzione della tassa sulla casa del governo Monti alla diminuzione del consumo di quegli anni. Quindi non c’è ragione di pensare che l’abolizione della tassa di questa manovra abbia un effetto positivo. Dovendo scegliere è meglio dare priorità alla diminuzione delle tasse sul lavoro ed essere più prudenti sul deficit, evitando un gioco pericoloso con le regole europee.” (La Repubblica 18/10/2015).

In ogni caso, dunque al di là di ogni valutazione sui singoli provvedimenti, il taglio delle tasse che caratterizza la manovra 2016 è finalizzato fondamentalmente a spingere i consumi. Mancano invece gli investimenti. In assoluto quelli pubblici e un sostegno limitato e non qualificato per quelli privati. Troppo poco se si considera che

la crescita della domanda interna del 2015 ha visto l’impennarsi delle importazioni. Un chiaro segnale della insufficiente competitività del sistema Italia.

Più in generale si può concludere che il governo italiano delega per via fiscale ai privati la ripresa del mercato interno, proprio come l’Europa delega alla BCE la gestione del rischio di un rallentamento dell’economia mondiale che stroncherebbe sul nascere la già debole ripresa eco europea.

Questa “prudenza” della politica nell’intervenire  nei sistemi economici stride con le difficoltà oggettive che ogni giorno aumentano nello scenario macroeconomico mondiale.  Come ha recentemente ricordato Larry Summers, in una fase in cui si rischia una perdurante stagnazione, “quello che viene considerato imprudente è la sola strada prudente da percorrere”.

La delega della gestione dell’economia ai soli mercati o a istituzioni gestite da tecnici non fa che sottolineare il deficit democratico delle nostre società. Un brutto segnale soprattutto con i terroristi alle porte…

Dicembre 2015