I dati statistici riguardanti l’economia italiana si succedono ormai a ritmo quasi quotidiano. La frequenza di essi non ne aumenta la significatività. Al contrario “la doppia interpretazione”, anche dei commentatori internazionali (dunque meno influenzata da logiche politiche) rimane una costante.

Da un lato chi, come il Financial Times, rimarcando le variazioni positive dei principali indicatori economici, da questi dati ricava che la ripresa è ormai in atto. Un trend certo modesto ma sostanzialmente irreversibile.

Dall’altro chi, come l’Economist, fa notare che l’Italia fa registrare risultati economici inferiori ai principali Paesi europei.  In questo caso prevale l’interpretazione del “bicchiere mezzo vuoto” poiché mentre le previsioni di crescita per il 2016 si riducono con il succedersi dei mesi (dal  +1.6%, al +1.4% fino all’ultimo +1.1%) altre variabili come debito ed occupazione non segnalano alcun miglioramento.

La diatriba potrebbe essere facilmente risolta se si concordasse sul significato dei termini per descrivere la congiuntura economica in atto nel nostro Paese. Non si tratta certo di “ripresa” se con questo vocabolo si debba intendere un ritorno alla situazione pre-esistente la crisi. Agli attuali ritmi di crescita l’Italia raggiungerebbe il livello di reddito conseguito nel 2007, ossia l’anno prima dello scoppio della grande crisi, nel 2025.

Meglio parlare di “ri-partenza” indicando con tale definizione solo che l’economia italiana ha ormai smesso di cadere da quasi due anni. Il segno “ + ” davanti a molte variabili economiche è un dato oggettivamente indiscutibile. Ma è altrettanto oggettivo che il gap prodotto dalla crisi su reddito e occupazione è ben lontano dall’essere colmato.

Da questo punto di vista l’andamento dell’economia internazionale, anch’essa in rallentamento, non potrà essere, almeno a breve, di grande aiuto. La diminuzione della crescita americana, l’incertezza su quella cinese, e la continuazione della crisi russa ci dicono che non saranno le esportazioni a trascinare la possibile “ripartenza” dell’economia europea ma soprattutto di quella italiana.

Solo la domanda interna, ossia consumi e investimenti, potrà divenire l’elemento chiave  per rimettere in moto con decisione e con una qualche solidità temporale, l’economia italiana.

Siamo in presenza di un circolo vizioso (detto anche “deflazione”) che non riusciamo a rompere. Minor crescita, che provoca minor occupazione e bassi salari, che determinano meno consumi e investimenti, che a loro volta conducono ad un’ulteriore  minor crescita.

Si tratta dunque di far ripartire gli investimenti, in particolare quelli pubblici in attesa che quelli privati ritornino ad un livello adeguato alla nostra economia.  (Nel 2007 erano il 20% del PIL; oggi siamo al 16.5%).

Solo in questo modo si può produrre un serio rilancio dell’occupazione, ossia un aumento “vero” e stabile di essa, per rilanciare i consumi interni. Operare direttamente su essi, si pensi al bonus degli 80 euro, non è stato del tutto inutile ma non ha certo stimolato la domanda interna come ci si poteva aspettare.

Siamo purtroppo in una fase economica internazionale molto complicata ed incerta. Si pensi solo ai possibili riflessi economici di un eventuale “Brexit” (ossia all’uscita della Gran Bretagna dall’Europa che potrebbe essere decisa dal referendum del 23 giugno).

Ma proprio per questo è stupido guardare al di fuori dei nostri confini per affrontare problemi che, per molti versi, sono da attribuire alla debolezza del sistema economico italiano.