Al Brexit, ossia all’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, si associano diversi fenomeni che sono spesso riassunti, e per certi versi semplificati, nel termine “populismo”. In questo specifico caso il termine testimonia non tanto l’affermarsi di un programma o di un’ideologia alternativa a quella che è stata alla base della costruzione dell’Unione Europea. Quanto piuttosto un’onda politico-sociale che rappresenta la caduta di consenso in quell’ideale, che pure aveva caratterizzato la storia del nostro continente nel Secondo dopoguerra.

In tutta Europa le élite politiche ed economiche sembrano incapaci di reagire e persino capire cosa sta accadendo.

In realtà sono proprio quelle èlite le vere responsabili, come denunciato dall’autorevole editorialista del Financial Times Martin Wolf nel suo articolo dal significativo titolo: I leader populisti vincono perché colmano un divario tra le èlite e il popolo (Financial Times, 03.02.2016).

Il processo europeo non è certo stato un efficace argine agli effetti della crisi. È incontestabile che da oltre un decennio non si è riusciti a migliorare le condizioni di vita della popolazione europea. In particolare la società inglese ha visto allargarsi le disuguaglianze, con un’industria in crisi a vantaggio del settore dei servizi finanziari.

“Chi vota Brexit” è soprattutto la parte della popolazione che soffre, che non raramente vive in città abbandonate in uno stato di incredibile degrado e povertà.

Non è un caso che il tema di discussione al centro del dibattito referendario non è “l’Europa” ma l’immigrazione.

Sul primo punto, ossia sui rapporti Regno Unito-Europa, Cameron ha ottenuto ampie concessioni dall’UE, che avrebbero dovuto spianargli la strada verso una facile vittoria referendaria. Si pensi, solo per fare alcuni degli esempi più significativi, alla protezione della City londinese come “hub” finanziario, al mantenimento incondizionato della sterlina, alla possibilità di bloccare leggi e norme europee indesiderate.

Ma tutto ciò non è stato sufficiente a indebolire il fronte del “leave” (ossia del “si” al Brexit). L’area economica europea rappresenta per tale fronte e per gran parte della sua base elettorale un lasciapassare al libero movimento delle persone. E sono particolarmente i ceti meno abbienti “a soffrire” dei flussi migratori provenienti soprattutto dall’Europa orientale. È  per questo motivo che  tali classi sociali rischiano di essere facile preda della retorica xenofoba. Joy Cox è morta proprio per combattere questa logica di “guerra tra poveri”, promuovendo solidarietà anziché razzismo nei confronti degli immigrati.

È dunque solo intervenendo in questo campo specifico, e più in generale in ambito economico e sociale, che l’Europa può vincere. Si tratta, come dice Prodi, che più di una volta, non a caso, ha proposto un Piano Marshall a favore degli immigrati, di far fare un importante salto in avanti alla solidarietà europea. “Per ora stiamo andando a marcia indietro e su questo non c’è dubbio. Ho sempre visto nella mia esperienza che di fronte al dramma l’Europa è poi capace di fare un balzo in avanti che però adesso non si vede”. (Dichiarazioni a margine del Convegno Ispi “Dialogo sul futuro dell’Europa” – 14.06.2016).

E l’Europa sembra sempre più aver esaurito il tempo a sua disposizione.